Una volta non era mio marito.

Ci siamo frequentati per anni ma allora ero in una posizione in cui non potevo guardarlo come lui guardava me.

Lui mi poteva guardare con lussuria. Io no.
E per ironia ero io a detenere il potere.

Lui doveva fare quello che volevo io.
Ero la sua insegnante.

Lui era un ragazzino arrogante con la risposta pronta.
Sapevo tenergli testa.

Fino a quel pomeriggio di aprile.

Roberto era un ragazzo brillante ma non si applicava.
Nemmeno in chimica, la mia materia.

Avevo preparato un programma di recupero per quelli della mia classe che facevano più fatica.

Un paio di pomeriggi a settimana.

Non ricordo perchè quel giorno gli altri del corso non ci fossero. Magari qualcuno era raffreddato o aveva saltato semplicemente le lezioni per non essere interrogato.
Sta di fatto che quel pomeriggio eravamo solo io e Roberto.

Lo salutai come sempre, chiedendogli notizie dei compagni. Lui sbrigò la pratica in poche parole.

Faceva davvero caldo, il sole di quel pomeriggio di aprile entrava prepotente dalle finestre allungando le nostre ombre sul muro.

Quando tolsi il libro di testo dalla borsa, Roberto si alzò all’improvviso e andò verso una finestra, mettendosi a contemplare fuori e dandomi le spalle.
“Puoi tornare a posto?”

“Chimica è sempre stata la mia materia preferita. Ho letto il libro di testo dall’inizio alla fine almeno tre volte.”

“Non sembra visti i tuoi voti.”

“Se mi fossi applicato non avrei avuto quello che desideravo.”
“Che significa?”

“Se non avessi preso pessimi voti non avremmo potuto passare così tanto tempo insieme, professoressa”.

Avevo già alzato lo sguardo dal libro ma ero rimasta seduta. In quel momento mi alzai accigliata.

“Girati e spiegami cos’è questa storia”.

Roberto era un bel ragazzo bruno, muscoloso e affascinante.

Aveva quel fascino magnetico che non passa inosservato.

Feci qualche passo nella sua direzione.

Sentendo il rumore dei miei tacchi si voltò.
“Amo la chimica. I legami tra la materia mi hanno sempre affascinato. Come gli atomi si combinano per creare qualcosa di nuovo. Noi siamo fatti di atomi, no?” si avvicinò a me.
Lui era controluce e non riuscivo a scorgere i suoi occhi.

Feci per indietreggiare ma la sua mano mi afferrò impedendomi di allontanarmi da lui.
Non so perchè ma non cercai di di divincolarmi.
Mi avvinghiò a sè.

Attraverso il tessuto sottile della mia gonna sentì la sua emozione.
La carne premeva contro la carne.

Gli sentì pompare il sangue nelle vene.

Mi sentì attratta a lui come dentro un campo magnetico. Non faceva altro che guardarmi. Quegli occhi mi scaldavano dal profondo.

Guidandomi con la mano fece in modo che i nostri corpi si sfregassero lentamente, e lentamente i nostri sessi si baciavano. Il mio respiro si era fatto corto e il cuore correva impaurito.
Ero ubriaca, tutt’a un tratto.

La mia mano si mosse rapita verso il suo membro.
Roberto non parlava. con gli occhi mi diceva cosa fare.

Avevo così tanta voglia da non riuscire a sopportare che i suoi jeans mi separassero da quello che bramavo così ardentemente.

Gli sbottonai i pantaloni e infilai la mano nei boxer.

Quel tocco per poco non mi tolse la forza alle gambe.
Chiusi gli occhi e la mano mi raccontò quello che Roberto stava provando.
Anche il suo cuore pulsava forte nel mio palmo.

Lo massaggiai con dolcezza mentre il fuoco si arrampicava dentro di me.
Quando lo sollevai tra le mie dita, rivelandolo in tutta la sua pulsante brama di me, Roberto mi fermò.

Senza dire nulla capì che voleva accompagnare il mio corpo verso il basso.
In un attimo mi trovai in ginocchio davanti a lui.
La visione sua e della sua forza stagliarsi contro la luce di quel pomeriggio assolato era meravigliosa.

Ebbi una sete improvvisa.
Volevo stringere tra le dita quel corpo fremente ma Roberto mi ordinò:
“Dietro la schiena.”
Eseguì come una brava scolara, senza fare domande.
Non mi rimase altro che le mie labbra per renderci felici.

Mi sporsi verso di lui, pronta ad accoglierlo e tenerlo al caldo ma Roberto si inumidì la bocca con la lingua.

Tutto ciò che vuoi.

Dovevo dipingere un quadro meraviglioso ma non avevo nè colori nè strumenti.
Ne ripassai i contorni tenendolo in equilibrio e respirando al ritmo dei suoi battiti.
Lo avvolsi nella mia calda saliva.

La punta della lingua insistette là dove lo sapevo debole e quando lo sentì preda dei propri istinti lo stuzzicai con dispetto provocandogli piacere e dolore.

Lo leccai risalendo il tronco e facendogli salire un lungo brivido attraverso la schiena.
Rallentai allungando la sua dolce sofferenza, poi ricominciai fino a portarlo all’orlo del piacere.

Continuai fino allo stremo.
Avevo così sete che quando si lasciò andare le mie labbra lo avvolsero senza lasciargli scampo.

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