Nella mia routine quotidiana si trovava un’altra persona oltre a Vittorio e quello era Davide.

Quel giorno preparai da mangiare a mio figlio dato che avrebbe avuto un rientro pomeridiano a scuola, il che naturalmente voleva dire più tempo da dedicare a me stessa e… ad altri.

Non fraintendetemi: non gioisco dei momenti di lontananza da mio figlio, ma come unico genitore di un bambino estremamente attaccato alla madre, cerco di sfruttare al meglio il mio tempo libero.

Anche perché non voglio che Maicol assista al via vai di uomini in casa nostra: la mia sessualità è una sfera di cui deve sapere il meno possibile.
Ecco perché quel pomeriggio ero sola a casa.

Dietro le tende della casa dei vicini vedevo dei movimenti concitati, probabilmente l’ennesimo litigio a causa dello stress del marito. Solitamente sarebbe venuto a farsi consolare da me, ma quella volta avevo altri progetti: presi il mio smartphone e chiamai uno dei numeri salvati come preferiti, quello di Davide.
“Buongiorno signor. Bianchi…” non è il suo cognome ma preferisco non rivelarlo in questi racconti, considerata la posizione che ricopre. “Lo scarico del mio lavandino non funziona, potrebbe venire a controllarlo?”
“Sicuramente, sarò da lei tra mezz’ora!”
La sua voce era entusiasta e cristallina come sempre e mezz’ora era un ottimo intervallo di tempo per prepararmi come dovevo.
I guanti di seta nera e i tacchi erano un obbligo ormai, ma quel giorno decisi di accentuare ulteriormente il mio… “travestimento”.

Così indossai un paio di mutandine nere, dei reggicalze che definivano ulteriormente le curve delle mie cosce e lunghe calze (anche queste nere). Avevo evitato di proposito le calze a rete in quanto si rompevano di continuo e non erano abbastanza eleganti per l’occasione. Una camicetta nera sopra una minigonna, con un fiocco porpora annodato attorno al collo.

Quindi mi versai un bicchiere di vino rosso e rimasi in attesa dell’idraulico.
Dopo trenta minuti, con una precisione che avrebbe fatto invidia a un orologio svizzero, il campanello della porta suonò. Prima una volta, dopo un paio di secondi altre due.

Davide era ansioso, forse temeva che gli altri abitanti della via potessero riconoscerlo.

Quando lo guardai entrare pensai che non c’era alcun rischio: l’uomo che indossava sempre il suo completo gessato, privo di pieghe e con una lunga cravatta nera che gli arrivava fino all’ombelico, quel giorno indossava una tuta di jeans con bretelle, una camicia di una qualità fin troppo alta per essere usata in dei lavori manuali e un cappello da baseball con la visiera calzata sulla fronte, a nascondere il volto da sguardi indiscreti.

Vedete: Davide è un assessore della mia città e ha basato tutta la sua campagna e il consenso che ha ottenuto tra la gente sulla sua onestà e la sua aria da cittadino modello.

Naturalmente se si sapesse in giro che è un uomo vizioso che tradisce la moglie spesso e volentieri, la gente non lo vedrebbe più di buon occhio e tenderebbe a scordarsi facilmente tutte le cose buone che ha fatto per la cittadinanza.

Così funzionano le persone: siamo libri la cui copertina è più importante del contenuto. Quindi non ero stupita dal suo comportamento esagerato, ne ero solo divertita.

Lo portai verso la cucina e gli indicai il lavandino che, nella nostra finzione, era rotto e lui si mise subito sotto fingendo di ripararlo con attrezzi di fortuna.
La spiegazione a tutto questo è semplice: il nostro era un gioco, utilizzavamo quel momento di pausa per uscire dalle nostre vite e vestire i panni di qualcun altro.

Io mi toglievo la magliette larghe da mamma e i pensieri di cosa cucinare per mio figlio la sera e del suo andamento scolastico e diventavo un’annoiata signora altolocata, che cercava divertimento con altri uomini.

Lo stesso era per Davide: per un’oretta poteva togliersi di dosso il fardello delle sue decisioni e delle ripercussioni che avrebbero avuto sulla vita della gente e diventare un idraulico e godere della minor complessità della sua vita.

“Fatto signora, era semplicemente un’ostruzione causata da sapone e calcare…”
Era tipico di lui, immergersi completamente in quel gioco di ruolo. Probabilmente si era studiato a casa i principali problemi dei lavandini solo per dare un briciolo di credibilità in più alla storia.

“La ringrazio, vado a prendere il borsellino…”
Risposi io con voce strascicata, dandogli le spalle e ancheggiando verso il tavolo dove avevo appoggiato la mia borsa.
Contai i secondi mentre mi avvicinavo alla superficie di legno. Puntavo ai 4.
Uno. Due. Tre. Quattr-
Prima che potessi finire di dire la O di quattro, mi sentii prendere da dietro e finii lunga e distesa sul tavolo. Era puntuale come al solito.

Mi saggiò le cosce con le sue mani lisce di chi un lavoro manuale non l’hai mai fatto, così diverse da quelle di Vittorio. Sentii il suono dei reggicalze che cadevano indietro e le calze che venivano abbassate leggermente in modo da potermi cingere i glutei tra le mani.

Un dito si infilò tra la pelle e la seta delle mutandine e le spinsero da parte, seguito immediatamente dal suono di una zip che veniva abbassata.
Non ebbi il tempo di fare altro se non gemere: il membro di Davide si fece strada dentro di me, aiutato da quanto ero bagnata in quel momento. Sapevo esattamente cosa stava per succedere e quando sarebbe successo, il che mi aveva eccitato terribilmente.

Si fece un attimo indietro e quindi affondò di nuovo dentro di me, mentre con i denti mi alzava la minigonna in modo da avere una visione senza ostacoli del mio culo.

Sentivo le sue mani che mi palpeggiavano fameliche, la sua asta rovente che faceva avanti e indietro riempiendo la stanza di suoni osceni.
Il caldo del suo membro e era contrapposto al freddo del tavolo contro i miei capezzoli, scatenandomi una serie di sensazioni fin troppo piacevoli per farmi stare zitta e continuare la pantomima del sesso forzato.

Cominciai a gemere sempre più forte, a sussurrare il nome del mio amante e lui utilizzava questi suoni come se fossero carburante, pompando sempre più forte e veloce. A un certo punto sentii le sue dita che si insinuavano tra i miei capelli e poi li tirarono indietro, facendomi inarcare la schiena e accentuando ulteriormente il piacere che stavo provando.

Mi tolsi la camicia velocemente e slacciai la minigonna con la sua zip laterale: sapevo cosa stava per arrivare e non volevo sporcare i miei vestiti.
Il primo getto mi colpì mentre era ancora dentro, riempiendomi con il suo liquido bollente. Il secondo e il terzo mi arrivarono sulla schiena, meno potenti del primo e si fermarono a pochi centimetri dai miei capelli.

Davide si scostò da me e si lasciò cadere all’indietro con le braccia aperte, disteso sul pavimento in una scena estremamente comica, quasi da cartone animato.

Io mi alzai, leggermente malferma sui miei piedi, risollevai le calze che mi erano state abbassate e puntati il tacco al centro del petto dell’uomo (come se lo stessi tenendo giù dopo averlo sconfitto) e, mentre sentivo il carico di Davide colare tra le mie gambe, sussurrai guardandolo dall’alto:
“Ha fatto un ottimo lavoro, signor Bianchi”.

Quella era la mia vita quotidiana e non pensavo che potesse andare meglio, fu solo dopo che andai in vacanza con Maicol che mi resi conto che due uomini non mi potevano bastare… o almeno, non uno alla volta.

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