Quando sento dire che quello della mamma è un lavoro a tempo pieno, sono completamente d’accordo.

Passo la giornata a pulire la casa, pensare (che di solito è la parte più difficile) a cosa cucinare a pranzo e a cena, costringere mio figlio a fare i compiti e litigare con le bollette per riuscire ad arrivare a fine mese.

Certo, tutto questo non mi è stato reso più facile dall’assenza di mio marito, sparito nel nulla quando Maicol andava all’asilo.

Ma, anche se è stato difficile all’inizio, ora mi ritrovo con una libertà che non scambierei con niente al mondo.

Ho fame? Mangio. Ho sonno? Dormo. Ho voglia di sesso? Chiamo Vittorio.

Vittorio è il vicino, classico padre di famiglia che ha lavorato per tutta la vita nelle acciaierie ottenendo in cambio una disoccupazione, una pensione sempre più lontana, un principio di ulcera allo stomaco e il fisico prestante di chi ha lavorato per anni con materiali pesanti.
Quel giorno misi mio figlio sul pullman in direzione della scuola e tornai in casa per prepararmi in vista di quello che mi ero programmato.

Sono una donna di 39 anni. Ho 39 anni da ormai 3 anni, ma questo è un altro discorso. La mattina la dedico a me stessa, facendo yoga per mantenere il mio fisico tonico e accattivante.

So benissimo che un giorno perderò la mia battaglia con il tempo, ma non è ancora questo il giorno: per il momento rimango una donna di bell’aspetto, lunghi capelli corvini che tengo legati in una crocchia in cima alla testa che, insieme ai miei occhiali da vista, mi danno l’aspetto di un professoressa particolarmente severa. E sono ben consapevole dell’effetto che fa agli uomini.

Ho una quarta di reggiseno che aiuta sicuramente il mio charme ma che è veramente fastidiosa, soprattutto d’estate. Ma si sa: chi bella vuole apparire, si prepari a soffrire.
Mi stavo spalmando una crema idratante sul volto quando vidi la macchina della vicina lasciare il vialetto diretta verso il lavoro part time che aveva iniziato due mesi prima.
E quello che può sembrare un aiuto importante in casa, non ha lo stesso effetto nella psicologia di un uomo. Ritrovarsi dall’essere la persona che porta il pane in casa a essere mantenuto dalla moglie, può fare degli strani effetti. Tipo il voler riaffermare la propria virilità con la formosa vicina di casa.

Fu così che non mi fui particolarmente sorpresa di sentire il campanello di casa in meno di dieci minuti: sapeva che aveva poco tempo a disposizione e quindi se ne sbatteva delle apparenze. Sarebbe bastata una vicina curiosa per svelare la nostra relazione, ma fortunatamente in quel momento erano tutte a scuola, troppo snob per far viaggiare i loro figli su un autobus.

Vittorio entrò in casa e si guardò attorno con fare molto furtivo, come era solito fare ogni volta. Lo accompagnai nella mia camera da letto e gli versai un bicchiere di vino bianco, fresco e frizzante, per tranquillizzarlo.

Mentre lui beveva, mi andai a preparare. Mi misi un vestito sapientemente scollato, con degli spacchi di pizzo nero lungo le cosce. Poco più di una sottoveste, ma il tocco forte non era quello. Indossai delle scarpe dal tacco alto, che valorizzavano il mio sedere (punto che era particolarmente apprezzato da Vittorio) e dei guanti di seta nera.
Tutta eleganza che serviva a pulire l’atto di quell’odore di senso di colpa di cui era appestato all’inizio.

L’effetto mi ricompensò dello sforzo: quando Vittorio mi vide entrare, ondeggiando sui tacchi e mettendo un piede davanti all’altro, si alzò immediatamente, finì il bicchiere di vino in un unico sorso (come fanno con il whisky nei film d’azione) ma si trattenne dal gettarlo a terra con fare drammatico, quindi mi prese tra le sue braccia muscolose e mi tirò a sé.

Feci ondeggiare la lingua davanti a lui e la guardò ipnotizzato come un se fosse stato un pendolo, quindi dopo un attimo di esitazione, fece saettare anche la sua e si unirono muovendosi l’una sull’altra.

Sentii il sapore di vino invadermi la bocca e il calore raggiungermi le orecchie. La mano destra di Vittorio si spostò dalla mia spalla al fianco, facendomi sentire la forza della sue dita. La forza che quella situazione lavorativa non gli aveva tolto, anzi, forse l’umiliazione lo aveva reso ancora più famelico.

Mi toccava per dimenticare ogni cruccio, la mano scese ancora sul mio gluteo e stringendolo con forza mi alzò la gamba appoggiandosela al fianco e facendomi sentire la sua erezione contro la pancia.

Ci continuammo a baciare, mischiando le salive e gemendo sempre più forte finché non lo spinsi nuovamente sul letto e mi inginocchiai davanti a lui slacciandogli la cintura dei jeans.
Il suo cazzo svettò immediatamente verso l’alto, alto e fiero e io cominciai a muovere la mano, ancora coperta con il guanto di seta lungo l’asta.

Dopo qualche su e giù gli feci sentire il calore della mia bocca, che gli strappò un gemito soffocato, mentre stringeva la coperta tra le mani.

Ebbi appena il tempo di dare un paio di pompate prima che lui si alzasse all’improvviso, mi prese con forza e mi lanciò a pancia in giù sul letto. Quindi mi mise una mano sulla schiena facendomela inarcare nel modo corretto, passò un dito tra le mie labbra saggiandone l’umidità e mi penetrò con forza.

Un’unica potente spinta, sentì il suo cazzo arrivarmi quasi in gola. Quindi si ritrasse fino a che solo il glande era ancora dentro e poi spinse nuovamente. Un paio di spinte lente, quindi cominciò ad andare sempre più veloce, reggendosi al mio culo e sbuffando con forza.

La mia figa era ormai un lago, la mia stretta al copriletto era talmente serrata che le nocche mi si sbiancarono mentre sentivo ondate di piacere travolgermi sempre più in profondità.

Continuammo in quel modo per una decina di minuti, durante i quali cambiammo almeno un paio di posizioni.

Prima lo cavalcai io, quindi si alzò e sorreggendomi con quelle robuste braccia da operaio mi faceva saltare su e giù sulla sua mazza, facendomi impazzire.

E proprio quando pensai che non ce l’avrei fatta a resistere ancora molto, senza alcun avvertimento mi venne dentro, riempiendomi di liquido caldo e denso.

Rimasi sdraiata sul letto, stremata da quell’amplesso.

Lui corse sotto la doccia, a lavarsi via il senso di colpa, e io sorrisi: era solo lunedì, il giorno dopo avrei chiamato l’idraulico.

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