I mesi che separavano me e mio figlio dalle tante agognate vacanze di Natale passarono velocemente in compagnia di Vittorio e Davide. Naturalmente a turni, in quanto avevo una mezza idea di coinvolgerli entrambi nei miei giochi ma loro non sarebbero stati d’accordo.

Purtroppo questo è quello che succede quando cominci a frequentare una persona per un periodo di tempo più lungo di un paio di settimane: cominciano a nutrire dei sentimenti nei tuoi confronti, cominciano a provare gelosia e possessività, tutte cose che ti rendono difficile sperimentare e giocare.

Così accolsi quella vacanza con un rinnovato senso di liberazione, sfruttando la scusa di avere Maicol a casa per non vedere i miei concubini e ci allontanammo dal caos della città, trovando rifugio in un bell’albergo in montagna.

Per mio figlio voleva dire sciare per la prima volta nella sua vita e per me voleva dire stare lontana per qualche giorno dalle mura di casa mia, che in quel periodo mi andavano particolarmente strette.

Entrando dalle porte di vetro dell’atrio notai con interesse il grande bar che si trovava nella parte più interna della struttura, un posto che avrei sperimentato con piacere quella sera.

La camera era spaziosa, un grande letto matrimoniale con una testata di legno scuro, striato di rosso e viola si trovava al centro, proprio di fronte a un grande televisore incorporato nello specchio scuro.

Andammo a mangiare e quindi ci mettemmo a letto per farci un po’ di coccole guardando i cartoni animati: è sempre stata la nostra routine serale, per fare ammenda della mia assenza durante le ore di scuola.

Maicol è sempre stato un bambino molto affettuoso e aveva imparato a essere indipendente prima di quando sarebbe dovuto essere necessario. Purtroppo quando sei un genitore solo non puoi esserci sempre. Per questo non mi preoccupai a lasciarlo solo, una volta che si appisolò davanti alla televisione. Se si fosse svegliato, si sarebbe semplicemente messo a guardare la televisione e per sicurezza lo chiusi dentro la camera.

Non avevo intenzione di stare lontana troppo a lungo, volevo solo fare un salto al bar per valutare l’ambiente in cui mi trovavo.

Mi misi un lungo vestito nero, scollato sulla schiena. Uno di quelli chiamati “virgin killer”, che lasciano ben poco da immaginare del corpo di una donna. Ho imparato nella vita che non esistono abiti non eleganti, dipende sempre da come li indossi.

Evitai quindi tanga o perizomi da mettere in evidenza, scegliendo delle culotte di pizzo color rosso scuro che sarebbero apparse appena dal vestito, creando un effetto vedo non vedo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi sguardo si fosse adagiato su di me.

Amavo essere osservata, come un’opera d’arte in un museo (anche se non credo che solitamente le persone si vogliono scopare la Monnalisa). Completai il mio capolavoro con delle scarpe dal tacco alto con un paio di stringhe che mi cingevano le caviglie fino a quasi metà polpaccio e mi specchiai alla superficie di metallo dell’ascensore, mentre scendevo verso l’atrio.

Dovevo ammettere che il risultato ottenuto non era affatto male, ma il costume è solo metà della recita, ora veniva la prova attoriale.

C’è una cosa sicura nell’andare a bere la sera in un bar, quando sei una bella donna matura: non passerai il tuo tempo da solo. Il mondo è pieno di giovanotti che non vedono l’ora di realizzare il sogno di farsi una cosiddetta “milf” e girano per i bar sperando di rimorchiarne una. Il problema è che non trovi una donna così nei bar, perché la sera devono stare con i figli. A meno che non abbiano un angelo come Maicol che dorme beato nel suo letto.

Mi sedetti al bancone e nel giro di quindici minuti mi avevano già offerto un paio di drink. Sfortunatamente ero più interessata al barista che agli avventori: era un ragazzo dalla pelle olivastra, con i capelli che gli scendevano in due ciuffi davanti agli occhi, mentro il resto era legato dietro la testa.

Era vestito con una camicia bianca e un fiocco nero, un grembiule scuro che gli cingeva la vita e le mani prive di anelli o orologi che si muovevano veloci nel fare drink.

La camicia si stagliava sui muscoli di braccia e schiena, la quale era riflessa nell’enorme specchio alle sue spalle. Non c’erano tante persone al bar e l’uomo si muoveva lentamente, prestando particolare attenzione ai suoi drink. Scambiava qualche parola affabile con gli avventori e sorrideva mite.

Mentre sorseggiavo il drink che mi aveva fatto (un bicchiere di alcool fruttato, con un sottile strato di zucchero sul bordo inumidito dal succo di limone) continuai ad osservarlo, facendo bene attenzione ad ammiccare quando i nostri sguardi si incrociavano.

Non vedevo l’ora di scoprire cos’altro sapeva fare con quelle mani.

Un’ora e mezzo dopo ero sdraiata sul letto della sua camera. A quanto pare dormiva in albergo durante i periodi di piena, in modo da poter essere sul posto di lavoro in qualsiasi momento. E la cosa capitava a fagiolo.

Aprii leggermente la porta del bagno e lo vidi sotto la doccia: l’acqua scorreva sui muscoli scolpiti, non quelli di un culturista ma che si stagliavano sul suo fisico asciutto e magro. Il mento non aveva un accenno di barba, dandogli un’aria ancora più giovane di quanto già non fosse e le mani erano ben curate, con un paio di vene che si stagliavano sotto la pelle.

Quelle stesse mani dopo pochi minuti erano su di me: le sentivo scorrere sulla pelle, il contatto fresco sui miei fianchi bollenti, le dita che si muovevano sui miei capezzoli come quelle di radioamatore che cerca di trovare una frequenza. Cominciai a gemere mordendomi il labbro inferiore, mentre la sua mano sinistra si allontanò dal rispettivo seno e si insinuò tra le mie gambe, facendo scorrere prima l’indice tra le mie labbra, quindi facendo muovere il pollice in movimenti circolari sopra il clitoride.

Il mio corpo era attraversato da scariche elettriche: mai avevo conosciuto un uomo che ci sapesse fare a quel modo con le mani, sembrava che stesse facendo uno dei suoi soliti cocktail.

Spostò le sue labbra sulla mia bocca, baciandomi a fondo e facendomi scivolare tra le labbra una ciliegia pregna di liquore.

Feci appena in tempo a sentirne il sapore prima di rischiare di strozzarmici quando lui si spostò in mezzo alle mie gambe, cominciando a muovere la lingua sul mio sesso.

Faceva entrare la lingua fino in fondo, quindi mi dava delle pesanti leccate che mi cingevano entrambe le labbra, facendomi gemere come una puttana.

Del mio vestito erano rimasti solo i miei stivaletti, tutto il resto si trovava a terra vicino al letto, tranne le culotte che lui stringeva nel pugno mentre continuava il suo lavoro di bocca.

Tra un gemito e l’altro gli proposi di contraccambiare, ma lui si issò su di me e mi penetrò fino a fondo, in un’unica e potente spinta.

Cominciò a fare avanti e indietro, mentre tornava a stuzzicare il mio seno con le sue sapienti dita fino a che non cercai di riprendere un minimo di iniziativa e lo spinsi in avanti, facendolo cadere sul letto sulla schiena.

Quindi mi issai su di lui e me lo feci scivolare dentro, scandendo il tempo con dei piccoli balzi. Non ci volle molto prima che cominciai a sentire i crampi alle cosce per il continuo saltellare, ma la cosa continuava a scandire il mio piacere, investendomi in ondate sempre più lunghe e forti.

L’ultimo orgasmo arrivò appena prima che lui mi sollevasse i fianchi e uscisse fuori di me, per poi venire in un getto denso e bianco verso l’alto che ci sporcò entrambi.

Rimasi distesa sul letto, in attesa che le mie gambe tornassero salde, dato che in quel momento sembravano fatte di gelatina e pensai che mi sarei goduta appieno quella vacanza.